Cripta di San Giovanni

Scoperta per la prima volta nel 1963, la Cripta rupestre di San Giovanni  si trova nei pressi della Masseria Grottole ed è un antico luogo di culto ipogeo che conserva ancora l’impianto originario; sfortunatamente intemperie e mancata conservazione non ci hanno restituito un immagine fedele di come doveva essere un tempo.
L’interno è a navata unica, con pianta quasi quadrata, e presenta quattro absidiole piane orientate ad est, scandite da archetti ciechi. Gli altari a parete, della tipologia detta “latina”, risultano oggi danneggiati, mentre l’absidiola di destra mostra un profondo scavo nella roccia e un probabile crollo.
Degli affreschi originari restano purtroppo solo labili tracce. Tra i dipinti era raffigurato San Giovanni accompagnato da iscrizioni latine, come testimoniano il prof. Rosario Jurlaro e i tre ragazzi che visitarono la cripta per la prima volta nel 1963 dopo averla scoperta (Gazzetta del Mezzogiorno 7/12/1963). Oggi la decorazione pittorica è quasi del tutto scomparsa a causa di infiltrazioni che hanno causato la caduta dell’intonaco. Altre tracce di affreschi e incisioni preparatorie sulla pietra fanno ipotizzare ad una Madonna con bambino ed altre figure di santi.
Anticamente era presente una porta lignea con stipiti e cardini, inseriti in fori ancora visibili nel soffitto basso e nell’architrave dell'ingresso. Un altro grosso foro fa pensare ad una colonna che faceva da divisorio. Numerosi croci, fra cui una croce di Gerusalemme, sono incise sulle pareti, in particolare al centro della volta. All’epoca della scoperta fu indicata come testimonianza di un cenobio benedettino ma è anche probabile che fosse utilizzata dai monaci basiliani, che all’epoca della lotta iconoclasta, fra il VII e il XII secolo, si rifugiarono in Salento per continuare a produrre e venerare immagini sacre. La cripta era inoltre collegata ad altri passaggi sotterranei che si diramavano per tutta l’area nord latianese e, dunque, parte di un complesso più grande ed abitato.
Sebbene sia l’ombra di ciò che doveva essere un tempo è una testimonianza fragile, ma preziosa, della spiritualità rupestre e della memoria storica del territorio.
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